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Squalano: l'olio piu' onesto della skincare

Lo squalano spaventa chi ha la pelle grassa, eppure ha comedogenicita' zero. Cos'e', da dove arriva, quando funziona davvero e quando no.

di Redazione Biocaresse — Team editoriale·

Se hai la pelle grassa o tendente all'acne, leggere "olio viso" in etichetta ti fa chiudere il flacone e rimetterlo sullo scaffale. È una reazione sensata: molti oli vegetali, sulla pelle che già produce sebo in eccesso, sembrano peggiorare la situazione. Lo squalano è il caso strano della categoria. Non è un olio nel senso classico, è un idrocarburo saturo, ha comedogenicità misurata pari a zero e una storia industriale che merita di essere raccontata per intero, comprese le ombre. Vediamo perché spesso viene chiamato "l'olio più onesto della skincare".

Cos'è lo squalano

Lo squalano è un idrocarburo saturo a 30 atomi di carbonio. Si ottiene per idrogenazione dallo squalene, una molecola che il tuo corpo produce naturalmente e che si trova nel sebo umano in quantità rilevanti (Pappas, 2009). Lo squalene puro però è instabile: ossida in fretta a contatto con aria e luce, e gli prodotti di ossidazione sono comedogeni e potenzialmente irritanti.

L'idrogenazione risolve il problema. Aggiunge atomi di idrogeno ai doppi legami insaturi dello squalene e li satura tutti. Il risultato è una molecola chimicamente stabile per anni, inodore, incolore, con tocco asciutto. In etichetta lo trovi come Squalane (INCI), mai come "olio di squalano".

La differenza con uno squalene non idrogenato è importante: lo squalano è la versione stabilizzata, pensata per stare in formula senza degradarsi. Se leggi "Squalene" senza la "a" finale, sappi che è un'altra molecola, meno usata in cosmetica perché irrancidisce.

Tre origini commerciali, una sola da evitare

Lo squalano arriva sul mercato da tre fonti principali. Capirle ti aiuta a leggere meglio le etichette.

Olive (Olea europaea). L'estrazione parte dalla frazione insaponificabile dell'olio d'oliva, ricca di squalene naturale. Si concentra, si purifica, si idrogena. È la fonte storicamente più diffusa nella cosmetica europea, soprattutto italiana e spagnola, e ha un profilo di sostenibilità decente perché sfrutta sottoprodotti della filiera olearia.

Canna da zucchero (Saccharum officinarum). Una fermentazione biotecnologica di zuccheri da canna produce farnesene, che poi viene idrogenato a squalano. È il metodo sviluppato da Amyris a partire dal 2008 e oggi è la fonte più moderna, con resa elevata e impatto ambientale documentato inferiore alle alternative (McPhee et al., 2014). Molti brand "clean" lo dichiarano apertamente in etichetta.

Fegato di squalo. Per decenni la fonte principale, ricavata dall'olio di fegato di squali di profondità. È la fonte da evitare. Specie come *Centrophorus granulosus* sono finite in stato di conservazione vulnerabile o in via di estinzione proprio per la pesca destinata all'industria cosmetica e farmaceutica (Huang et al., 2009). Oggi la maggior parte dei brand seri ha smesso, ma non è scontato: l'INCI Squalane non distingue l'origine. Se il brand non specifica "vegetale", "from olive" o "from sugarcane", il dubbio è legittimo.

Regola pratica: cerca in etichetta o sul sito del marchio la dichiarazione esplicita della fonte. Un brand che ha investito su olive o canna da zucchero lo scrive sempre, perché è un argomento di vendita.

Comedogenicità zero, stabilità, sensoriale

Sulla scala di comedogenicità usata in cosmetologia (0–5), lo squalano è classificato 0 (Fulton, 1989). Significa che, nei test standard, non ostruisce i pori. È uno dei pochi ingredienti emollienti che può essere usato anche su pelli acneiche senza peggiorare il quadro, a parità di routine.

La stabilità ossidativa è l'altra carta forte. Senza doppi legami da ossidare, lo squalano resta stabile per anni anche in flaconi semi-aperti, senza diventare rancido e senza generare prodotti di degradazione che irritano la pelle. È un comportamento molto diverso da oli vegetali ricchi di acidi grassi polinsaturi (rosa mosqueta, lino, vinaccioli) che vanno conservati al fresco e consumati in fretta.

Il sensoriale, infine, è la ragione per cui molti formulatori lo amano. Lo squalano è asciutto, scorre senza lasciare film grasso, si assorbe in fretta. Non profuma di niente. Riempie i micro-solchi della superficie cutanea e leviga visivamente la texture senza appesantire. Su pelli secche supporta la funzione della barriera cutanea, su pelli miste o grasse aggiunge morbidezza senza il classico effetto "pesante".

Quando funziona benissimo, chi può trovarlo sgradevole

Lo squalano dà il meglio in tre scenari. Pelli secche o disidratate, come emolliente leggero da sovrapporre alla crema idratante per rinforzare la barriera. Pelli sensibili o reattive, perché è inerte, senza profumo, senza attivi che spingono. Pelli acneiche in fase di trattamento con retinoidi o acidi, dove serve un emolliente che non occluda ma attenui il disagio da secchezza indotta dagli attivi.

Non funziona per tutti, e va detto. Chi ha pelle molto grassa e produzione sebacea abbondante può trovarlo ridondante: la pelle sta già producendo squalene per conto suo, aggiungerne dall'esterno non risolve nulla e può dare la sensazione di "troppo". Chi ama oli viso ricchi e nutrienti, con tocco avvolgente, lo trova invece deludente proprio per quel finish asciutto e neutro: è una scelta minimalista, non una coccola sensoriale.

Chiusura

Lo squalano è uno degli ingredienti su cui il marketing fa meno rumore e i dati parlano di più: stabile, tollerato, con un profilo di sicurezza ampiamente documentato. La domanda intelligente non è "lo squalano funziona", ma "questo squalano da dove viene". Olive e canna da zucchero sono scelte tracciabili e sostenibili; lo squalano da fegato di squalo è una scorciatoia industriale che non ha più senso accettare. Se il flacone non dichiara la fonte, chiedila al brand: è la differenza tra un ingrediente onesto e un'etichetta che spera tu non legga troppo a fondo.